Il diritto alla città pubblica

Relazione tenuta al MACRO di Roma in occasione del convegno Diritto alla città

Il primo elemento d’interesse del Diritto alla città è legato all’opportunità, che questa chiave interpretativa del fatto urbano offre, di chiarire un equivoco senza tempo: gli attivisti, i gruppi, le coalizioni sociali che si battono nell’arena cittadina non hanno velleità di muovere “contro” la città, piuttosto dentro un perimetro definito da densità di azioni, relazioni e contraddizioni. Dunque all’interno di questa cornice teorica anche la lotta politica, nel suo riconoscere la presenza di vita all’ombra di architetture e sottoservizi, assume il valore di una dichiarazione d’affetto per quegli spazi che, attraverso la produzione di vita e l’esercizio della prossimità, assumono il tenore di luoghi.

Il Diritto alla città è d’altronde irriducibile alla vertenza per l’ampliamento (fondamentale, attenzione!) della sfera dei diritti e dell’accesso a informazione, democrazia e commons. David Harvey, esponente contemporaneo di questa tradizione, è il cantore delle rivoluzioni urbane: nella sua geografia radicale la città assume le fattezze di un territorio in cui alla densità materiale e immateriale dei flussi, corrisponde quella delle frizioni e dei conflitti. Occorre però risalire alle origini del filone di riflessione teorica con la pubblicazione de Le droit à la ville, scritto pochi mesi prima del maggio francese, per riabilitare gli aspetti meno noti del pensiero di transizione, tra accademia surrealismo e situazionismo, di Henry Lefebvre.

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Alba di ruggine

Racconto scritto per la performance Un’ambigua ucronia (Off Topic Lab) e riproposto in Un’ambigua utopia n. 10

Gennaio 1985

Mi piace immaginare che la sera del 13 gennaio, appena prima di andare a dormire, tutti abbiano dato uno sguardo al cielo, almeno per un attimo. La luce arancione della notte di Milano, salutava l’inizio del 1985 con grandi fiocchi bianchi di neve che tutto era, tranne che immacolata.
Il 14, 15 e 16 passarono con divertimento. Il 17 e 18 con sbigottimento, il 19 il timore mutò in paura. Il 20 gennaio lo stato d’emergenza venne dichiarato in tutte le regioni del nord. Quando le prime carovane di soccorso partirono dal sud dello stivale, i cigli delle piazze di partenza, anche quando imbiancati,
brulicavano di gente: mani a sfiorare le tute di pompieri e protezione civile, baci soffiati nel vento in direzione di quelle che al tempo chiamavamo guardie forestali. Eroi ignoti dai lineamenti familiari. In febbraio alla testa dei convogli militari, erano mezzi spazzaneve e per movimento terra. L’onestà ingenua delle prime ore era stata interrotta dal nuovo corso. Atteso e temuto, inevitabile e irreversibile, l’esercito aveva ottenuto il comando delle operazioni di messa in sicurezza e abbandono di piccoli paesi e grandi città. Fu così che l’atmosfera goliardica e umida delle palestre comunali lasciò il passo ai neon gelidi dei centri per sfollati.
Per il primo anniversario, a trenta giorni dall’inizio della bufera, il governo Craxi diramò un documento riservato ai direttori dei principali organi di stampa e alla tv di stato. Fu anticipato di una notte dalla seconda ondata di neve ghiacciata. I giornali nemmeno andarono in stampa per via del coprifuoco. A un mese esatto dai primi fiocchi, il paese era in ginocchio.

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Riapriamo i navigli? Si…ma non con questo progetto

Il débat public sulla riapertura dei navigli di Milano è ai blocchi di partenza. Perché il percorso è una presa in giro, e perché questo progetto è un errore che (letteralmente) pagheremo tutti, sono le due domande cui proverò a rispondere.

Il sogno dei milanesi si sta per avverare: finalmente i navigli, bitumati nel corso del ventennio fascista, saranno restituiti alla navigabilità e alla pubblica fruizione con un progetto partecipato. Oppure no? Proverò in tre brevi capitoli a raccontarvi quello che ho capito dalla lettura dello Studio di fattibilità (da qui in avanti SDF) dell’opera e da quello che sta emergendo nelle fasi iniziali del percorso “illustrativo”, in vista della cantierizzazione di un’opera già decisa.

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Il confine è stato calpestato. Cronaca di una giornata tra Ventimiglia e Mentone.

L’appuntamento a Ventimiglia è al parcheggio di via Tenda ma noi arriviamo abbastanza presto da riuscire prima a salutare il mare, calmo all’orizzonte e già schiumoso a riva. Registro i suoi suoni. Tra le auto parcheggiate sotto i piloni della Statale 20 si respira l’aria delle grandi occasioni: non è una manifestazione eppure non sarà “solo” un’escursione. Almeno questo è chiaro a tutti. Al ritmo dei su e giù del passaggio a livello arrivano le prime auto da Genova e Milano, Torino, Savona e chissà da dov’altro.

Tra i capannelli, scrutati con occhi curiosi dagli agenti in borghese, si scambiano sorrisi, sacchi a pelo e generi di conforto: qui abitano gli informali, da qui ripartono a piedi i respinti di ieri alla volta del confine di stato. Tra di noi c’è chi qui ci si spende quotidianamente, eppure una distinzione precisa permane tra chi può fare il gesto di valicare la barriera e chi no. In questa linea, anche più ostile del filo spinato, c’è tutta l’impermanenza dei nostri simboli, c’è l’impossibilità, per un’escursione organizzata e pubblica, di infrangere oggi i tanti confini che ci portiamo con noi, ci sono gli effetti che la repressione ha scatenato contro la saldatura tra nativi e migranti.

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Una nuova capanna per lo sciame apeino

Apparso su Alpinismo Molotov (novembre 2017)

Quello di ottobre è stato un mese frizzante per la compagine apeina.
Dovessi raccontarlo al meglio però non partirei dall’inizio né dalla fine ma giusto dalla metà. Il 15 ottobre infatti ha inaugurato il Rifugio della sezione capitolina dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Arrivo a Roma il 14 sera, la partenza è prevista per le 23 da Casetta Rossa (la casa base di APE Roma nel cuore della Garbatella) e di lì a Poggio Catino, in provincia di Rieti, va poco meno di un’ora e mezza di auto.
Il rifugio, in località Trio, ha l’allacciamento alla corrente ma all’arrivo lo illuminiamo con un fascio di torce e la sensazione è impressionante per via della struttura costruita attorno a tre alberi che letteralmente bucano il tetto del corpo principale (complessivamente il rifugio comprende tre edifici). Attorno al camino si fantastica fino a tarda notte di un sogno che, per lo sciame apeino, si rincorre da novantaquattro anni.

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