Contro la società fossile

Apparso su A/rivista n. 407 (maggio 2016)

La questione energetica deve farsi spazio nel dibattito pubblico e di movimento. Svettando sopra la pila di referendum passati e alle porte.
Oggi teniamo un attimo da parte il polveroso meta-dibattito sul referendum (strumento o parvenza di democrazia diretta, compimento o tramonto di una spinta di cambiamento, matrice di rilevanti… o irrilevanti modifiche alla normativa vigente) per inerpicarci sul pressoché inesplorato terreno della questione energetica. È all’indomani dell’esito referendario del 17 aprile, quando le carte sono state date e ben prima che l’appuntamento costituzionale e i referendum sociali della prossima primavera riducano nuovamente il tema in forma di quesito, che si apre lo spazio per una riflessione sull’opzione della decarbonizzazione dell’economia..
Del pacchetto energetico che il Belpaese ingoia ogni anno per le attività produttive, agricole, industriali, di trasporto e di consumo, almeno quattro parti su cinque sono prodotte altrove, in altre parole importate. Una piccola porzione di questo import deriva, e la cosa era insopportabile all’epoca di Cernobyl come lo è a quella di Fukushima, dalle centrali nucleari d’oltralpe. Un’altra porzione deriva da fonti più o meno “rinnovabili” e assimilate, la fetta più consistente proviene inequivocabilmente da petroliere e tubazioni di gas metano.

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I conti in tasca ad Expo 2015

Apparso su A/Rivista n. 406

La parola fine sul lungo e indecifrabile libro chiamato Expo 2015 non è ancora stata scritta. A ben vedere, poi…
Se il bilancio dell’esposizione presentato in febbraio dall’ex AD Giuseppe Sala non fosse drammaticamente lontano dalla realtà, il fatto economico puntuale non costituirebbe l’aspetto più intrigante né più inquietante di tutta la vicenda. Dietro la trattazione effimera della sfida alimentare, si gioca la partita dell’eredità dell’area e dell’esportazione, nelle pieghe dello stivale, di un modello di governance socialmente pericoloso.
Per realizzare kermesse e grandi opere connesse, a partire dal 2007 sono stati spesi complessivamente una decina di miliardi di euro, anche la sola attribuzione di questa bretella o quella bonifica è materia di dibattito tra gli addetti ai lavori. Quel che invece è certificato, è che nel solo anno 2015, a pagamenti effettuati, saranno incassati da una società in liquidazione (Expo 2015 S.p.A.) poco più di 760 milioni di euro a fronte di una spesa appena inferiore. Il bilancio dell’anno in cui, a sito espositivo sostanzialmente già pagato e realizzato, si sono venduti i biglietti, sarebbe in sostanziale pareggio a fronte di un conto positivo previsto di centotrentacinque milioni di euro. Ci torneremo in chiusura.

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Che aria tira

Apparso su A/Rivista n. 405

Tra novembre e dicembre scorsi, l’assenza prolungata di precipitazioni ha favorito l’accumulo di polveri sottili nell’aria. Misure emergenziali sono state intraprese, ma serve una risposta organica, non temporanea e popolare ai problemi della mobilità pubblica, dell’iper-consumismo e dell’inefficienza energetica. Tralasciando le proposte illusorie della green economy.
Nei giorni della canea mediatica stavamo tutti con lo sguardo in sù, a interrogare il cielo dall’alto delle nostre conoscenze scientifiche. L’espressione era quella severa di chi ha maturato una spiccata sensibilità sul tema, dopo aver sfogliato due tabelle di dati ARPA. Archiviato il tema a mezzo stampa, siamo tornati alla vita di ogni giorno: emergenza risolta. Sì perché l’affaire “PM10”, acronimo dell’eccedenza di microparticolato presente nell’aria di molte grandi e piccole città del paese, è stato trattato dalla politica i 10 giorni necessari a dare voce a molti, tentare frettolose misure straordinarie, varare qualche milioncino per mettere la pezza e passare ad altro alle prime gocce di pioggia.
Nel solo 2015, i 35 giorni di sforamento del limite di legge (poco più che un parametro della qualità dell’aria che quotidianamente respiriamo) sono diventati oltre 100 nella sola Milano, cui si sommano gli sforamenti di Roma, Napoli, Torino, Brescia e via discorrendo, in un preoccupante elenco che potrebbe occupare il restante spazio a nostra disposizione. La stagione invernale è il momento più critico per le centraline di rilevazione: in Lombardia, dopo la prima decade di novembre, non ha piovuto per 50 giorni consecutivi (non accadeva da un quarto di secolo) e il ciclo anomalo di alta pressione ha certamente contribuito a lasciare sul terreno gli inquinanti che giorno dopo giorno produciamo per sostenere stili di vita, produzione e consumo inequivocabilmente insostenibili.

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Cop21: una conferenza, molte truffe

Apparso su A/Rivista (febbraio 2016)

La conferenza parigina sul clima si è conclusa, dopo tredici giorni, con la firma di una carta di intenti.
Ma in che modo si è proposta di arrestare il cambiamento climatico e con quali strumenti? Un’analisi della conferenza Cop21, al di là del suo successo mediatico.
Il risultato istituzionale era prevedibile e al tempo stesso non scontato: contenimento del surriscaldamento climatico entro i due gradi, tetto scalare ai gas serra nel secolo che viene, conferenze di controllo quinquennali, stanziamento di 100 miliardi all’anno ai paesi “in via di sviluppo” per l’efficientamento energetico e l’attuazione di politiche sostenibili. Oltre 190 i paesi che hanno prima firmato la carta d’intenti e subito dichiarato il successo del loro operato a reti unificate, non ultimo una completa assenza di strumenti per agganciare al nostro inquinato suolo le parole spese nell’arco di tredici giorni di Conferenza. Facciamo un passo indietro…

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Sciopero generale: i kurdi insorgono contro Ankara

Apparso su Il Manifesto (13 ottobre 2015)

La vita di Amed (in turco Diyar­ba­kir) è fre­ne­tica: dome­nica si è svolto il cor­teo della società civile kurda, con­vo­cato in rispo­sta agli atten­tati e al copri­fuoco che insan­guina la zona di Sur. I par­te­ci­panti sono stati aggre­diti una prima volta nei pressi della sta­zione fer­ro­via­ria, la seconda a ridosso del fil­tro di poli­zia che chiu­deva l’ingresso oltre le mura della città vecchia.
La voce si è sparsa subito e nuovi assem­bra­menti si sono for­mati all’imbrunire con bar­ri­cate improv­vi­sate. Un palo della luce di tra­verso ad una via a scor­ri­mento rapido bloc­cava il pas­sag­gio, men­tre l’immondizia pren­deva fuoco a grumi nelle vie più pic­cole. I pro­ta­go­ni­sti dei cor­tei erano i più giovani.
Dopo le sei del pome­rig­gio lo sce­na­rio del mat­tino si è ripe­tuto: non appena la mar­cia si è avvi­ci­nata alla «Porta delle mon­ta­gne» (nome popo­lare della piazza che guarda all’altopiano che abbrac­cia la città), ma gas lacri­mo­geni e spari in aria ci hanno costretto alla fuga.

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