Che aria tira

Apparso su A/Rivista n. 405

Tra novembre e dicembre scorsi, l’assenza prolungata di precipitazioni ha favorito l’accumulo di polveri sottili nell’aria. Misure emergenziali sono state intraprese, ma serve una risposta organica, non temporanea e popolare ai problemi della mobilità pubblica, dell’iper-consumismo e dell’inefficienza energetica. Tralasciando le proposte illusorie della green economy.
Nei giorni della canea mediatica stavamo tutti con lo sguardo in sù, a interrogare il cielo dall’alto delle nostre conoscenze scientifiche. L’espressione era quella severa di chi ha maturato una spiccata sensibilità sul tema, dopo aver sfogliato due tabelle di dati ARPA. Archiviato il tema a mezzo stampa, siamo tornati alla vita di ogni giorno: emergenza risolta. Sì perché l’affaire “PM10”, acronimo dell’eccedenza di microparticolato presente nell’aria di molte grandi e piccole città del paese, è stato trattato dalla politica i 10 giorni necessari a dare voce a molti, tentare frettolose misure straordinarie, varare qualche milioncino per mettere la pezza e passare ad altro alle prime gocce di pioggia.
Nel solo 2015, i 35 giorni di sforamento del limite di legge (poco più che un parametro della qualità dell’aria che quotidianamente respiriamo) sono diventati oltre 100 nella sola Milano, cui si sommano gli sforamenti di Roma, Napoli, Torino, Brescia e via discorrendo, in un preoccupante elenco che potrebbe occupare il restante spazio a nostra disposizione. La stagione invernale è il momento più critico per le centraline di rilevazione: in Lombardia, dopo la prima decade di novembre, non ha piovuto per 50 giorni consecutivi (non accadeva da un quarto di secolo) e il ciclo anomalo di alta pressione ha certamente contribuito a lasciare sul terreno gli inquinanti che giorno dopo giorno produciamo per sostenere stili di vita, produzione e consumo inequivocabilmente insostenibili.

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Cop21: una conferenza, molte truffe

Apparso su A/Rivista (febbraio 2016)

La conferenza parigina sul clima si è conclusa, dopo tredici giorni, con la firma di una carta di intenti.
Ma in che modo si è proposta di arrestare il cambiamento climatico e con quali strumenti? Un’analisi della conferenza Cop21, al di là del suo successo mediatico.
Il risultato istituzionale era prevedibile e al tempo stesso non scontato: contenimento del surriscaldamento climatico entro i due gradi, tetto scalare ai gas serra nel secolo che viene, conferenze di controllo quinquennali, stanziamento di 100 miliardi all’anno ai paesi “in via di sviluppo” per l’efficientamento energetico e l’attuazione di politiche sostenibili. Oltre 190 i paesi che hanno prima firmato la carta d’intenti e subito dichiarato il successo del loro operato a reti unificate, non ultimo una completa assenza di strumenti per agganciare al nostro inquinato suolo le parole spese nell’arco di tredici giorni di Conferenza. Facciamo un passo indietro…

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Sciopero generale: i kurdi insorgono contro Ankara

Apparso su Il Manifesto (13 ottobre 2015)

La vita di Amed (in turco Diyar­ba­kir) è fre­ne­tica: dome­nica si è svolto il cor­teo della società civile kurda, con­vo­cato in rispo­sta agli atten­tati e al copri­fuoco che insan­guina la zona di Sur. I par­te­ci­panti sono stati aggre­diti una prima volta nei pressi della sta­zione fer­ro­via­ria, la seconda a ridosso del fil­tro di poli­zia che chiu­deva l’ingresso oltre le mura della città vecchia.
La voce si è sparsa subito e nuovi assem­bra­menti si sono for­mati all’imbrunire con bar­ri­cate improv­vi­sate. Un palo della luce di tra­verso ad una via a scor­ri­mento rapido bloc­cava il pas­sag­gio, men­tre l’immondizia pren­deva fuoco a grumi nelle vie più pic­cole. I pro­ta­go­ni­sti dei cor­tei erano i più giovani.
Dopo le sei del pome­rig­gio lo sce­na­rio del mat­tino si è ripe­tuto: non appena la mar­cia si è avvi­ci­nata alla «Porta delle mon­ta­gne» (nome popo­lare della piazza che guarda all’altopiano che abbrac­cia la città), ma gas lacri­mo­geni e spari in aria ci hanno costretto alla fuga.

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Gli autori del massacro risiedono nel palazzo del sultano

Apparso su Carmilla On Line (13 ottobre 2015)

Appunti all’indomani della strage di Ankara

A fuoco

Il concentramento della marcia “lavoro pace democrazia” è per le dieci di mattina nei pressi della stazione ferroviaria. Migliaia di persone affollano già il centro di Ankara reclamando a gran voce la risoluzione pacifica della questione curda, quando due boati successivi rompono, intorno alle 10.45, la tregua armata che da quattro mesi regge il paese. Tregua perché un esecutivo transitorio, orfano di accordi di governo, doveva preparare il terreno per le elezioni anticipate del prossimo 1 novembre. Armata perché la sospensione delle ostilità del PKK, incrinata dall’attentato al comizio del leader HDP Demirtaş (5 giugno) e rotta dopo l’attentato suicida firmato dall’IS il successivo 20 luglio nel centro culturale di Suruç, apre una stagione di violenza le cui vittime civili nel solo Kurdistan turco avevano raggiunto quota 113 già lo scorso venerdì.
Le immagini che (rallentate-zoommate-commentate) scorrono compulsivamente sui media sono sempre le stesse. Le altre sono state requisite nelle redazioni di stampa e televisioni, prima della chiusura, l’ennesima, dei maggiori social network in tutto il paese. La viralità amatoriale prende la via di instagram e delle connessioni in roaming degli internazionali, mentre la sede di HDP (Partito Democratico dei Popoli) viene evacuata e perquisita.

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Cop15: abbandonate ogni speranza voi che entrate!

Movimenti, green washing e global warming…appunti di ritorno dalla conferenza di Flopenhagen (dic 2009)

Cop15, o, per esteso, quindicesima conferenza delle parti. Tanto per essere chiari: le “parti” sono le nazioni aderenti all’O.N.U. e la conferenza, tenutasi in quel di Copenhagen tra il 9 e il 18 dicembre 2009, si preannunciava come l’appuntamento più atteso di sempre sul tema della lotta ai cambiamenti climatici.
Sotto il profilo narrativo sarebbe elegante affermare che Cop15 non ha tradito le aspettative di quanti credevano nella possibilità di una svolta green dell’economia globale: la favola della green economy (malcelata dal paravento della responsabilità sociale d’impresa) l’abbiamo già conosciuta, e a dirla tutta puzza di grande presa per il culo. In tempi di crisi non solo finanziaria ma innanzitutto energetica, alimentare e climatica, chi vive sperando muore…non c’è Hopenhagen che tenga. A distanza di poche settimane il bilancio sul tanto atteso accordo postKyoto è unanime e scoraggiante: Copenhagen si è rivelata un fallimento di grande impatto mediatico.

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